DE COMEDIA DANTIS COGITATIONES - X

Tra guelfi e ghibellini (X).

Ancora una volta un chiasmo antitetico di natura politica si affaccia alla ribalta del confronto tra i canti X dell'Inferno e V del Purgatorio, dove s'incrociano guelfi e ghibellini.

<< O Tosco che per la città del foco/ vivo ten vai così parlando onesto,/ piacciati di restare in questo loco >>. Con queste parole pregne di fierezza e di dignità, sebbene immersa in un'area infernale nel cerchio degli eretici, si solleva l'anima di Manente degli Uberti detto Farinata appena giunge alle sue orecchie il dolce idioma fiorentino del suo concittadino Dante. Farinata fu il capo dei ghibellini, trionfatori nella battaglia di Montaperti combattuta nel 1260. Qui, nell'Infermo, è un affiliato di Epicuro, il primo filosofo ateo della storia, il quale afferma che gli dei, formati da atomi immortali, non hanno creato affatto l'universo, non si interessano delle sue sorti e vivono negli intermundia; pertanto, è come se non esistessero

<< Ed el s'ergea col petto e con la fronte/ com'avesse l'inferno a gran dispitto >>. Così il toscano emerge fino alla cintura, mai domo e ancor pronto ad ogni sfida. Non appena Dante gli rivela chi erano stati i suoi antenati, egli gli rammenta che per ben due volte li ha sconfitti: nel 1248 cacciandoli da Firenze con tutti gli altri guelfi e nel 1260 sconfiggendoli a Montaperti col sostegno di senesi e di aretini.

<< S'ei fur cacciati, ei tornar d'ogne parte/....l'una e l'altra fiata;/ ma i vostri non appreser ben quell'arte >>. Gli risponde Dante altrettanto altezzoso da buon toscano, riferendosi alla cacciata di Farinata da Firenze nel 1251 a seguito del ritorno dei guelfi appoggiati dai senesi e alla definitiva sconfitta degli svevi a Benevento nel 1266, alleati dei ghibellini.

Farinata stizzito rivela a Dante una triste profezia, che suona quasi come una rivincita: << Ma non cinquanta volte fia raccesa/ la faccia de la donna che qui regge,/ che tu saprai quanto quell'arte pesa >>.

Ricorre, così, nel canto la parola-chiave arte, per indicare l'abilità politica e militare. L'anima mette a fuoco il futuro, ma vede ombrato e sfocalizzato il presente. Prevede, dopo la fuga dei bianchi da Firenze, il fallimento del loro ultimo tentativo di rientro dopo cinquanta mesi lunari, cioè nel 1304, alla Lastra, quando quattrocento tra bianchi e ghibellini, saranno sconfitti militarmente, nonostante Dante li avrà sconsigliati. Farinata non riesce a spiegarsi la ragione per cui i fiorentini non permettono agli Uberti di rientrare in città. Allora il poeta gli spiega che i guelfi fiorentini non hanno ancora dimenticato il sangue versato nel fiume Arbia che scorre nella pianura di Montaperti. E Farinata, per discolparsi, sottolinea di esser stato il solo a difendere Firenze nella dieta di Empoli, quando senesi e aretini gli chiesero di abbattere le mura guelfe della città, ma egli, conscio della conseguente distruzione, non accettò.              

Un altro ghibellino, Bonconte da Montefeltro, figlio di Marco, dannato nel cerchio dei consiglieri fraudolenti (Inferno, XXVII), è ricordato nel canto V del Purgatorio. Egli nel 1287 contribuì alla cacciata dei guelfi da Arezzo. Si battè, quindi, nel confronto di Campaldino (1289), che vide la vittoria dei fiorentini sugli aretini. Bonconte racconta la sua fine, svelando sensazionali retroscena soprannaturali. Ai piedi del Casentino scorre il fiume Archiano, affluente dell'Arno, che nasce dall'Appennino sopra l'Eremo dei Camaldoli. Laddove l'Archiano si confonde nell'Arno giunse Bonconte mortalmente ferito alla gola; lì cadde esalando l'ultimo respiro e raccomandando l'anima alla Vergine Maria. E allora avvenne il confronto soprannaturale tra un angelo e un diavolo che si contendevano l'anima; quest'ultimo, resosi conto dell'impossibilità di prelevare per una lagrimetta che 'l mi toglie, si prese la rivincita: approfittando della forte pioggia, diresse verso il cadavere le esondate e vorticose acque dell'Archiano, che lo inabissarono nell'Arno e ne impedirono per sempre il ritrovamento.

Per par condicio compare un guelfo nel canto V del Purgatorio: si tratta di Jacopo del Cassero, già celebre uomo politico nella sua Fano. Egli fu tra i vincitori a Campaldino con i guelfi delle Marche. Podestà di Bologna nel 1296, cercò di ostacolare Azzo VIII d'Este, signore di Ferrara, che mirava a espandere il suo Stato. Due anni dopo fu nominato podestà di Milano; mentre si recava a prendere possesso della carica, seguendo una via segreta tra Venezia e Padova,fu raggiunto dai sicari di Azzo, che lo uccisero nelle paludi di Oriago sul Brenta.

Dalle arche degli eretici si drizza un altro fiorentino, Cavalcante de' Cavalcanti, padre di Guido, a sua volta compagno di Dante nell'agone poetico dello Stil Novo e nelle vicissitudini politiche dei guelfi bianchi. L'espressione dantesca forse cui Guido vostro ebbe a disdegno crea confusione nella mente di Cavalcante, il quale interpreta l'ebbe come un'indicazione della morte del figlio e di una pesante condanna della sua anima, provata dall'affermazione ebbe a disdegno, preceduta da colui ch'attende là Dante, cioè Dio nel Paradiso. Cavalcante sviene e ricade nella tomba; sarà poi cura di Dante affidare a Farinata il compito di comunicare al padre dell'amico che Guido è ancor vivo e vegeto.

Il nostro chiasmo antitetico si chiude con un quinto personaggio del Purgatorio (V, 130-136), la senese Pia dei Tolomei, che andò in isposa di Nello dei Pannocchieschi, signore del castello della Pietra in Maremma, nel quale egli, divenuto nel 1297 podestà di Volterra, fece uccidere la sua consorte. Cosa si cela dietro quest'omicidio, vendetta d'onore per un presunto adulterio, che richiamerebbe il simmetrico canto V dell'Inferno, nel quale si rivive l'amore impossibile di Paolo e Francesca, oppure odio per ignota motivazione, non ci è dato di sapere.

DE COMEDIA DANTIS COGITATIONES - IX

Tra svevi e angioini (IX).

Due canti, il III del Purgatorio e l'VIII del Paradiso, sono utili per porre a confronto un re svevo e un mancato sovrano angioino, nei cui riguardi Dante mostra pietà e simpatia.

Il regno di Sicilia, argomento principe, secondo noi, comune ai due canti, viene preannunciato dall'affermazione di Virgilio, il quale ricorda che il suo corpo mortale giace a Napoli, dopo che da esso esalò l'anima a Brindisi; sulla sua tomba è scritto: << Mantua me genuit, Calabri rapuere, tenet nunc/ Parthenope; cecini pascua, rura, duces >>, brevi versi che ripercorrono le tappe significative della sua vita e della sua morte, insieme alle opere scritte (Bucoliche, Georgiche, Eneide). Si sofferma sul mistero della vita e della Trinità (una sustanza in tre persone) e invita gli uomini a non tentare di trovare una risposta a quell'enigma né di credere alle idee fallaci di Aristotele e Platone, ma di accontentarsi del quia.

Quindi Dante passa a descrivere le asperità delle pendici della montagna del Purgatorio, che paragona alla costa scoscesa e ripida che si sviluppa tra Lerici e Turbie presso Nizza, cioè la Costa Azzurra. Se avesse conosciuto la Costa d'Amalfi, certamente l'avrebbe scelta per paragone; ma nel ducato amalfitano non poteva venire, in quanto considerato wanted dalle autorità angioine favorevoli ai neri.

Tra quelle aguzze rocce apparve un personaggio biondo bello e di gentile aspetto, un tedesco dagli occhi azzurri come le acque del Tirreno; << un giovinetto/ pallido, e bello, con la chioma d'oro,/ con la pupilla del color del mare,/ con un viso gentil da sventurato >>, con questi versi Aleardo Aleardi ricorda, con un flash, Corradino di Svevia e la sua sventura. Ma Dante si riferisce a suo zio Manfredi, figlio di Federico II, dapprima baiulo del regno di Sicilia in nome e per conto del fratello Corrado imperatore e poi sovrano effettivo. Manfredi gli appare con due ferite mortali: una alla testa e l'altra al petto. Si presenta guardandosi bene dal menzionare suo padre condannato tra gli eretici dell'Inferno; afferma, invece, di essere nipote dell'imperatrice Costanza d'Altavilla, la cui anima è tra i beati del Cielo della Luna. Egli invita Dante, quando tornerà nel mondo dei viventi, ad informare sua figlia Costanza, genitrice de l'onor di Cicilia e d'Aragona, in quanto consorte del re Pietro III, il quale ha “liberato” la Sicilia dagli angioini, circa la sua condizione ultraterrena, invitandola a pregare per la sua anima, al fine dell'ottenimento di uno sconto temporale a riguardo della sua permanenza nel Purgatorio. Infatti Manfredi era rimasto in vita per dieci anni nella scomunica papale, per cui la sua condanna era di rimanere trecento anni in quel girone di penitenza. Conferma, inoltre, che, prima di spirare presso il ponte di Benevento, aveva implorato il perdono divino. Il suo corpo fu seppellito sotto un mucchio di pietre in quello stesso luogo per ordine di Carlo I d'Angiò alla fine della battaglia combattuta tra svevi e angioini nel 1266. Ma il vescovo di Cosenza Bartolomeo Pignatelli o Tommaso d'Agni da Lentini, per ordine di papa Clemente IV, compì un atto sacrilego, disseppellendo il cadavere e abbandonandolo presso il Garigliano (Verde) oltre il confine del regno di Sicilia, in maniera che nessun nostalgico filo-svevo potesse onorarne la tomba e trarre da essa forza, coraggio e ispirazione per tentare una revanche anti-angioina. Più onorata sepoltura ricevette suo nipote Corradino, sconfitto a Tagliacozzo dagli stessi angioini nel 1268: << Era biondo, era bianco, era beato/ sotto l'arco d'un ponte era sepolto >> (Aleardi).

Un altro personaggio politico appare a Dante nel Cielo di Venere, il pianeta che a volte si trova davanti al disco solare e a volte alle spalle del Sole: << pigliavano il vocabol de la stella/ che 'l sol vagheggia or da coppa or da ciglio >> (Paradiso, VIII, 11-12); cioè in alcuni periodi sorge prima del Sole, come avviene durante il viaggio dantesco (Purgatorio, I), e in altri tramonta dopo la nostra stella. Dante in questa circostanza non dà luogo alla sua acclarata arguzia osservativa, ma si limita a un “copia-incolla” dal modello tolemaico, che prevede tale sequenza astronomica: Terra-Luna-Mercurio-Venere-Sole. Se avesse seguito la lezione di Eraclide Pontico, che pur menziona nel canto IV dell'Inferno, riconfermata da Cicerone nel Somnium Scipionis, avrebbe compreso che Mercurio e Venere, più o meno immersi nei bagliori del Sole, devono necessariamente ruotare intorno ad esso, come confermano le loro periodiche sparizioni quando passano sul disco solare o dietro di esso.

<< Voi che con la vostra intelligenza muovete il terzo cielo >>, questa canzone dantesca elogia il coro dei Principati che guida il giro delle anime beate del Cielo di Venere. E da quel coro si evidenzia l'anima di Carlo Martello, figlio di Carlo II d'Angiò e di Maria d'Ungheria; egli sarebbe stato re di Sicilia, d'Ungheria e di Provenza se non fosse morto prematuramente. Ricorda a Dante di averlo conosciuto nel 1294 a Firenze e sottolinea il rispetto e l'ammirazione che il poeta aveva avuto per lui. Carlo Martello è convinto che egli, degno nipote di Carlo I, avrebbe potuto assicurare ai figli procreati con la figlia di Rodolfo d'Asburgo, l'isola di Trinacria, il cui territorio che va da Capo Passero a Capo Faro (tra Pachino e Peloro) e sempre coperto di caligine, costituita dalle esalazioni di zolfo trasportate dallo scirocco, se il malgoverno, indotto purtroppo proprio da suo nonno, non avesse fatto scatenare a Palermo i Vespri Siciliani nel 1282. Era quello il triste risultato dell'ingannevole politica fiscale angioina, segnata da false promesse. Infatti Carlo I, all'atto della conquista del regno, illuse i sudditi, promettendo sgravi fiscali e alleggerimenti nella riscossione delle imposte, ritenendo gravosa e pesante la tassazione sveva. Così sostituì la colletta sveva di 30 tarì aurei annui per nucleo familiare (fuoco), con il pagamento di 7,5 ogni bimestre, illudendo la popolazione mediante una dilazione che alla fine sarebbe consistita nell'incasso annuo pro foco di ben 45 tarì per l'erario pubblico (aumento del 33%). In aggiunta, Carlo s'inimicò l'aristocrazia siciliana, spostando la capitale del regno da Palermo a Napoli. La riconferma dei secreti, dei portolani e dei procuratori dell'età sveva, quasi tutti nobili scalesi, esattori che agivano ai limiti dell'estorsione, fu la goccia che fece traboccare il vaso e causò la generale rivolta dei Vespri. Così avveniva la rivincita sveva, che si concretizzava nell'occupazione della Sicilia da parte di Federico, figlio di Pietro III e di Costanza, mentre suo fratello Giacomo ereditava la corona d'Aragona. Si formava, in tal modo, un secondo regno di Sicilia e Palermo tornava a essere capitale. Nell'animo dei siciliani si consolidava un forte spirito d'indipendenza, del quale terranno conto i Borbone, che non a caso definirono il loro regno delle Due Sicilie. Aleardo Aleardi con tali versi celebra la rivincita di Corradino, tradito e decapitato nella Piazza del Mercato di Napoli: << E vide un guanto trasvolar dal palco/ sulla livida folla; e non fu scorto/ chi lo raccogliesse. Ma nel dì segnato/ che da le torri sicule tornaro/ come Arcangeli i Vespri; ei fu veduto/ allor quel guanto, quasi mano viva,/ ghermir la fune che sonò l'appello/ dei beffardi Angioini innanzi a Dio >>.

Carlo Martello anticipa che suo fratello Roberto, il quale succederà al genitore Carlo II nel 1309, non sarà affatto in grado di governare il regno, causando gravi danni economici. Egli, ostaggio in Catalogna tra il 1288 e il 1295, chiamerà poi a Napoli nobili catalani, ai quali affiderà delicati uffici, che questi eserciteranno con razzie e soprusi. Le indagini storiche, condotte con puntuale acribia scientifica, mostrano che l'epoca di Roberto fu contrassegnata da una profonda crisi economica, per cui vide la svalutazione dell'oro e la forte valutazione del fiorino d'oro rispetto al carlino (1 fiorino d'oro arrivò a equivalere a 7 tarì d'oro, mentre 1 carlino d'oro ne valeva 5). Il calcolo del potere di acquisto PA del teorico tarì aureo di Sicilia o del reale carlino d'argento (1 tarì = 2 carlini), numero adimensionale dato dal rapporto tra il valor medio dei redditi e delle rendite e la media delle medie dei costi di vari generi, nei periodi di regno dei primi tre sovrani angioini mostra la netta caduta dei tempi di Roberto:

Carlo I (1266-1285) – PA = 12,79

Carlo II (1285-1309) – PA = 5,07

Roberto (1309-1343) – PA = 2,04

La svalutazione fu, pertanto, dell'84% rispetto all'epoca di Carlo I! Sicuramente tale crisi dovette essere la naturale conseguenza della disastrosa ventennale Guerra del Vespro (1282-1302), combattuta tra angioini e aragonesi, che tra l'altro segnò la vera crisi di Amalfi medievale (Giuseppe Gargano, L'economia di Amalfi al tempo degli Angiò da Carlo I a Roberto (1266-1343), in Studi in onore di Gerardo Sangermano).

Carlo Martello conclude il suo sermone, confermando l'influsso indelebile della Provvidenza divina sulla politica umana. Sottolinea l'incapacità politica del fratello Roberto mediante il chiasmo antitetico secondo il quale gli uomini fanno diventare esponente religioso un uomo di indole militare e re una persona dalla vocazione religiosa.

DE COMEDIA DANTIS COGITATIONES - VII

GIUSEPPE GARGANO

DE COMEDIA DANTIS COGITATIONES

Canti VI, canti politici (VII).

I canti sesti delle tre cantiche, considerati in parallelo, rappresentano un esaustivo quadro politico dell'età di Dante delineato attraverso una lettura della storia da collegare ai contenuti del De Monarchia.

Le ouvertures dei tre canti sono il clima burrascoso dell'Inferno, il gioco della zara quale similitudine sulla spiaggia del Purgatorio, la storia dell'aquila imperiale nel Paradiso.

Una pioggia eterna, composta da grossa grandine, acqua sporca come le odierne piogge acide, neve accoglie il poeta nel III cerchio dell'Inferno, creando un fango putrescente nel suolo, dal puzzo ben più intenso dell'ozono bruciato dai fulmini nell'atmosfera terrestre.

Dante è portato in trionfo dalla schiera delle anime purganti come un vincitore nel gioco medievale della zara, termine arabo che vuol dire “zero”, cioè “nulla”, pronunciato quando non s'indovinava la somma preannunciata nel lanciare contemporaneamente tre dadi.

<< Cesare fui e son Iustiniano >>, così si presenta nel Cielo di Mercurio Giustiniano, uno dei più grandi imperatori d'Oriente. Prima di presentarsi egli menziona il suo predecessore Costantino associandolo all'aquila, eccelso simbolo della Romanità cristiana. Costantino ammise il cristianesimo tra le altre religioni dell'impero, dando ascolto al consiglio di suo padre morente Costanzo Cloro e onorando sua madre Elena. Egli riportò l'aquila nell'Ellesponto e tra i Dardanelli, dove fondò Costantinopoli, la nuova Roma. Da lì era partito, d'altronde, l'uccel di Dio, trasportato nel Lazio da Enea. Ma Costantino aveva errato, poiché aveva condotto l'aquila contr'al corso del ciel, cioè da occidente ad oriente. La sua opposizione all'ordine naturale delle cose causò un errore ancor più grave: quale riconoscimento al papa Silvestro I, che lo aveva guarito dalla peste, Costantino gli avrebbe donato alcuni territori, permettendo al pontefice di poter affermare il potere temporale della Chiesa, che determinò a sua volta la rottura dell'equilibrio con l'impero. La pergamena attestante tale donazione, più volte esibita dai pontefici per rivendicare la loro supremazia nei confronti degli imperatori, risulterà essere un clamoroso falso sia per i caratteri della scrittura sia per la lingua, come proverà l'umanista Lorenzo Valla, abile filologo che la attribuì al VII secolo.

Giustiniano si presenta, comunque, quale erede legittimo di Costantino e di altri imperatori a lui succeduti dal 337 al 527. Il suo biglietto di presentazione è il Corpus iuris civilis, il codice di leggi che in cinque volumi raccoglie tutto il diritto romano con l'aggiunta di nuove norme.

Giustiniano afferma di essere stato dapprima seguace del monofisismo di Eutiche, avendo creduto, pertanto, nell'unica natura divina di Cristo; poi si convertì al cattolicesimo romano, quando colloquiò con papa Agapito in visita a Costantinopoli per stabilire la pace tra Giustiniano e Teodato, re ostrogoto d'Italia. La conversione dell'imperatore d'Oriente dev'essere ritenuta come una convenienza da parte di questi che in tal modo si dichiarava unico difensore della Chiesa di Roma dal pericolo ariano degli ostrogoti. E questo fu il pretesto per la realizzazione del progetto di riconquista dell'intero Occidente e la ricomposizione dell'impero romano d'un tempo. Ne affidò la missione a Belisario, che fu sostenuto dall'aiuto del Cielo. Noi sappiamo che fu Narsete a concludere la guerra greco-gotica, ad annientare completamente il popolo ostrogoto dall'Italia e a riportare parziali conquiste nello spazio e nel tempo.

La memoria storica di Giustiniano torna ancor più indietro nel tempo. Secondo lui l'avanzata dell'aquila sarebbe iniziata con la morte di Pallante. Quindi la sua prima sede sarebbe stata Albalonga fino all'episodio degli Orazi e Curiazi. L'aquila fu allora di Roma e segnò l'era della monarchia dei sette re, pronta a passare alla respublica, nata all'indomani del dolor di Lucrezia. Ripercorre, poi, le celebri vittorie militari dei romani, fino all'avvento di Cesare e alla costituzione dell'impero. La pax Romana imposta da Augusto viene indicata mediante la chiusura del tempio di Giano. In quel mondo interamente pacificato sotto l'ombra dell'aquila, nel quale si parlava un'unica lingua, il latino, Dio stabiliva di incarnarsi nel Figlio generato non creato, ma della stessa sostanza del Padre, il quale col sacrificio della crocifissione liberava gli uomini dal peccato originale. E Tito vendicava l'ingiusta condanna di Cristo, distruggendo a Gerusalemme il tempio dei suoi assassini ebrei.

Un'altra aquila comparve a Occidente: l'aveva rispolverata Carlo Magno, strenuo difensore della Chiesa di Roma dai longobardi. Ma l'impero carolingio, anche se pur nella concezione della translatio imperii e nella definizione di Sacrum Romanum Imperium, non fu affatto la riedizione dell'antico impero romano-cristiano di Costantino; fu, invece, un impero decisamente germanico. L'affievolirsi graduale della sua potenza ridusse l'Italia a una frammentazione di effimeri potentati in lotta tra di loro. Ecco l'invettiva contro l'Italia del suo tempo da parte di Dante: << Ahi serva Italia, di dolore ostello,/ nave sanza nocchier in gran tempesta,/ non donna di province, ma bordello! >> (Purgatorio, VI, 76-78). Qui domina incontrastata la figura retorica dell'ironia; qui vien rievocato Giustiniano, che aveva in parte ricomposto l'antico impero, riconquistando la penisola. La similitudine della fiera non più soggetta alle briglie e guidata con gli sproni chiarische il grave disordine in cui versa l'Italia. Pertanto, il poeta si appella all'imperatore tedesco Alberto I d'Austria, invitandolo a ripristinare l'ordine. Ma per lui l'attributo “tedesco” è dispregiativo, in quanto lo accusa di interessarsi delle “cose di Germania”, disinteressandosi del giardin de lo 'mperio. E' chiaro che Alberto dovette domare le lotte intestine nel regno germanico, lasciando l'Italia nelle mani degli indomabili Comuni. Mediante l'anafora a clymax del vieni a veder, Dante invita l'imperatore a rendersi conto delle crudeli lotte intestine che dilaniano le stesse città e le antiche casate in esse residenti. Gli fa comprendere la sua vocazione per l'impero universale, ormai già segnata nel De Monarchia, e la sua avversione alle istituzioni comunali quando esse sono soprattutto appannaggio della borghesia mercantile. Lo fa tramite l'esempio della contea di Santafiore sul Monte Amiata, che il Comune di Siena ha a lungo conteso con i signori feudatari Aldobrandeschi: alla tirannia delle istituzioni comunali corrotte preferisce la tirannia feudale. Così le città son tutte piene di tiranni prodotti dal ceto mediano, per cui uomini di poco conto politico e culturale si atteggiano a Marcello nel ruolo di capipopolo elevatisi dalla massa e da questa appoggiati. Il poeta sembra chiedere lumi a Cristo, definendolo Giove, in quanto divinità giusta, se si è distratto o se per caso non stia preparando, in questo caos politico e istituzionale, un futuro di bene per l'Italia.

L'idea dell'intervento divino, mediante le occasioni proposte dalla Fortuna, nel campo politico e amministrativo era piuttosto radicata tra i fiorentini e ancora in auge nell'Umanesimo.

Dante vaticina la prossima morte di Alberto, che avverrà per assassinio nel 1308, preceduta da quella del figlio Rodolfo l'anno prima: << giusto giudicio da le stelle caggia/ sovra 'l tuo sangue, e sia novo e aperto,/ tal che 'l tuo successor temenza n'aggia! >>. (Purgatorio, VI, 100-102). Quest'ultimo verso è un avvertimento per Arrigo VII di Lussemburgo, al quale Dante scriverà un'epistola nel 1311, invitandolo a scendere in Italia. Il poeta è profondamente deluso dalla politica imperiale, per cui considera quale ultimo imperatore veramente romano Federico II (+1250), che è costretto a collocare nel cerchio degli eretici dell'Inferno a causa della scomunica papale, dei rapporti con musulmani ed ebrei, dell'adesione all'ideologia templare, dalla quale, comunque, egli stesso non è lontano.

Noi crediamo, ad ogni buon conto, che Dante pensasse sì ad un impero universale con sede a Roma, guidato da un saggio sovrano che gestisse la pace mondiale col suo potere temporale e che si affiancasse il pontefice romano a sua volta detentore del potere spirituale, ma nel contempo auspicasse autonomie locali o periferiche, tra cui la sua Firenze, alla stregua dei municipia classici o dei ducati romanico-bizantini dell'Alto Medioevo. Per la sua città egli avrebbe voluto un'amministrazione saggiamente condotta da aristocratici dotti e di antico lignaggio e non da banchieri, mercanti e lanaioli.

Il poeta passa in rassegna le lotte intestine presenti in particolar modo nel centro Italia:

l'uccisione del giudice Benincasa da Laterina da parte del bandito Ghino di Tacco, una sorta di Robin Hood degli Appennini, poiché aveva condannato a morte suo fratello e suo zio quando era assessore del podestà di Siena;

l'annegamento nell'Arno di Guccio dei Tarlati, ghibellino di Arezzo, a seguito del combattimento coi fuoriusciti guelfi della famiglia dei Bostoli;

l'assassinio di Federigo Novello (1289 o 1291), figlio di Guido conte del Casentino;

l'uccisione di Gano da Pisa nel 1287 per ordine del conte Ugolino durante la sua lotta contro suo nipote Nino Visconti per la signoria della città marinara, che aveva costretto Marzucco, padre di Gano, a farsi frate in S. Croce a Firenze, dove Dante fece la sua conoscenza;

l'omicidio di Orso degli Alberti da parte del cugino Alberto nel 1286.

All'elenco viene aggiunto un caso francese, quello di Pierre de la Brosse, chirurgo e ciambellano alla corte di Parigi, condannato a morte nel 1278 con la falsa accusa di tradimento a favore del re di Castiglia, ma in realtà per aver accusato la regina Maria di Brabante, seconda moglie del re francese, che aveva fatto uccidere il figlio ed erede di costui, per favorire il proprio figlio Filippo il Bello. Contro quest'ultimo ce l'ha particolarmente Dante, perchè nel 1312 promuoverà il processus contra Templarios, influendo nella condanna dell'ordine monastico-cavalleresco.

Le divisioni politiche dell'Italia del XIII secolo sono chiaramente indicate nel canto del Paradiso mediante i segni dell'araldica. I guelfi osteggiano i gigli gialli, simbolo della nuova potenza francese, i ghibellini si appropriano ingiustamente dell'aquila imperiale: << Faccian li Ghibellin, faccian lor arte/ sott'altro segno, chè mal segue quello/ sempre chi la giustizia e lui diparte >> (vv. 102-105). Il leone francese di Carlo II d'Angiò con i suoi guelfi deve temere gli artigli dell'aquila: questo è un auspicio dantesco per bocca di Giustiniano contro colui che ha determinato la sua fuga da Firenze. Pertanto, gli angioini non devono credere che Dio abbia deciso di sostituire l'aquila coi loro gigli: ancora una volta Dante richiama l'influsso divino nella vita politica degli uomini.

All'interno di Firenze la lotta si fa ancor più aspra tra i guelfi divisi in bianchi e neri. E qui interviene Ciacco, nel canto dell'Inferno, con le sue acute osservazioni politiche e la sua triste profezia. Egli afferma che Firenze è preda dell'invidia e alla richiesta di Dante ripercorre le vicende politiche e ne anticipa di nuove. Dopo una lunga contesa la parte selvaggia, cioè i bianchi, capeggiata da Vieri de' Cecchi, uomo ricco e di recente nobiltà (da qui l'attributo selvaggia alla sua fazione), cacciano nel 1300 i neri, guidati da Corso Donati, molto ricco e di antica nobiltà. I Priori delle arti, tra i quali Dante, sono costretti, per ripristinare l'ordine, a esiliare i capi dei due partiti, tra cui Corso Donati e il poeta Guido Cavalcanti. Ma il capo dei neri si reca a Roma e chiede l'intervento di Bonifacio VIII, il quale lo sostiene grazie a Carlo di Valois, fratello del re di Francia Filippo il Bello; allora Carlo entra a Firenze. Così i neri assumono il potere, mandano in esilio molti bianchi, tra cui Dante, confiscano i loro beni e distruggono le case (1302). L'appoggio pontificio e francese ai neri è dettato dal fatto che questi, banchieri mutuatores degli angioini, avevano affari con gli alleati del papa.

Ciacco rende triste Dante, allorchè gli comunica che personaggi quali Farinata degli Uberti, capo ghibellino, il Tegghiaio podestà di Arezzo, Iacopo Rusticucci, onorato cavaliere, Arrigo Fifanti, Mosca dei Lamberti si trovano nella parte più nera dell'Inferno.

Il poeta si sofferma, nel finale del canto del Purgatorio, sul malgoverno dei neri, ceto di banchieri, mercanti e lanaioli, evolutosi dai livelli di bottegai, piccoli imprenditori e artigiani, tornando alla figura dell'ironia associata a un clymax crescente in senso negativo. E' l'invettiva contro Firenze, che comincia con l'accorato vocativo Fiorenza mia, il quale denota comunque l'attaccamento alla sua patria. Quindi ironicamente la considera immune dalle lotte intestine evidenti nelle altre città d'Italia. E' il momento in cui il Comune, ormai in mano ai neri, legifera senza sosta, mutando provvedimenti da un mese all'altro, al punto tale che i suoi legislatori han di gran lunga superato quelli di Atene (Dracone, Solone, Clistene) e di Sparta (Licurgo). Sarebbe stato il caso, ivece, secondo lui, di comportarsi come l'arciere che, prima di scoccare la freccia, si presta a congrua ponderazione, al fine di non fallire il bersaglio. Pertanto, egli considera che le nuove leggi, prima di essere emanate, devono essere adeguatamente studiate. A quel tempo risale la costituzione del Consiglio del Comune composto dai magnati e del Consiglio del Popolo formato dai mediani; entrambi i consigli approvavano le leggi. Il potere esecutivo era esercitato dai dodici buonuomini e dai sedici gonfalonieri di compagnia, scelti tra gli esponenti delle arti maggiori e delle arti minori.

L'atteggiamento di Dante è quello di un aristocratico conservatore, il quale è convinto che solo coloro del suo lignaggio sono in grado di legiferare e di governare, in quanto esperti e culturalmente preparati. Al contrario gestiscono il potere dei parvenus inesperti e pieni di sé, i quali ritengono di essere i detentori della vera giustizia. Dalle parole del poeta è possibile comprendere che questi ultimi sono mercanti, imprenditori, banchieri, pronti a cambiar l'assetto politico del Comune, promulgando nuove leggi, coniando nuove monete, istituendo nuovi uffici e creando ricchezza tra i ceti sociali. Sono quelli che, in barba alle dottrine del futuro Machiavelli, hanno ben compreso l'importanza dell'economia nella politica. Quindi Fiorenza non è affatto quella inferma che non può trovar posa in su le piume, bensì una donna bella riccamente vestita di bruccato (cfr. incipit alla Tabula de Amalpha) pronta ad affrontar relazioni internazionali e a far sentire il tintinnio dei suoi fiorini d'oro.

Crediamo opportuno concludere l'argomento con l'episodio di Romeo di Villanova, pellegrino, per leggenda, proveniente da San Iacopo de Compostela in Galizia (Spagna) e stabilitosi presso la corte di Raimondo Berengario IV, conte di Provenza, di cui divenne primo ministro. Alla morte del suo signore fu tutore della figlia di costui Beatrice, per la quale combinò il matrimonio con Carlo I d'Angiò, futuro re di Sicilia (1266). Intanto maritò le altre figlie del conte: Margherita con Luigi IX re di Francia; Eleonora con Enrico II sovrano d'Inghilterra; Sancia con Riccardo, fratello di Enrico, a sua volta re di Germania. La fedeltà di Romeo alla casa di Provenza fu, così, ampiamente dimostrata: coi matrimoni da lui combinati per le quattro figlie del conte permise l'ascesa di quel casato ad alti ranghi europei. Accusato ingiustamente di corruzione, dopo aver provato la sua innocenza, profondamente addolorato, se ne andò mendico per il mondo. Egli per Dante è simbolo di alta giustizia, assolutamente scevro dalla corruzione e dalla sete di potere.

DE COMEDIA DANTIS COGITATIONES - VIII

Gli istituti del Medioevo (VIII).

Dante affronta l'argomento degli istituti medievali attraverso tutta la Comedia; ma in particolare nel canto IX del Paradiso egli si sofferma su alcuni dei più importanti, sia dell'Alto che del Basso Medioevo, quali l'Impero, i Comuni, le Signorie, la Chiesa, le Crociate.

Il poeta è rimasto sensibilmente colpito dalla profezia dell'avo Cacciaguida a riguardo della futura missione di Cangrande della Scala. E nuovi vaticinî a tal proposito gli manifesta Cunizza da Romano, la quale, ormai vecchia e pentita dei vari amori avuti in gioventù, morì a Firenze nel 1279 in piena devozione. Ella è nel Cielo di Venere in compagnia del celebre trovatore provenzale Folchetto da Marsiglia, che scelse la via del chiostro cistercense dopo la morte della moglie. La dama veneta gli presenta la sua terra d'origine, la marca trevigiana, di cui fu potente signore suo fratello Ezzelino III, famoso per la sua feroce tirannia; la sua anima è, pertanto, immersa nel Flegetonte, fiume infernale colmo di sangue (Inferno, XII). Egli, per rendere potente la sua signoria, scatenò la guerra nel Veneto e nell'Emilia. Scelse la causa di Federico II e con lui combattè a Cortenuova nel 1237, gustando la vittoria e l'onta subìta dai milanesi e dai loro alleati, consistita nella perdita del Carroccio, sul quale fu incatenato Pietro Tiepolo, figlio del doge di Venezia e podestà di Milano; il simbolo emblematico della Lega Lombarda sfilò per le strade di Cremona trasportato da un elefante, quindi donato a Roma, dove fu esposto sul Campidoglio.

Le predizioni di Cunizza consistono in episodi che accadranno nel primo decennio del Trecento. In primo luogo i padovani nel 1314 saranno sconfitti al fiume Bacchiglione da Cangrande giunto in soccorso dei vicentini. Quindi nello stesso anno Alessandro Novello, vescovo di Feltre, consegnerà al vicario angioino un gruppo di fuoriusciti ferraresi ivi rifugiatisi. Poi è la volta di un altro tiranno anch'egli signore di Treviso, Rizzardo da Camino, il quale oscillò tra guelfi e ghibellini, per scegliere infine la causa imperiale e diventare vicario di Arrigo VII; nel 1312 lo uccideranno i nobili guelfi.

Il secondo personaggio si presenta con una perifrasi geografica: indica quella sezione del Mediterraneo che si estende per 90° o per 6 ore di sole: << fuor di quel mar che la terra inghirlanda,/ tra' discordanti liti contra 'l sole/ tanto sen va, che fa meridiano/ là dove l'orizzonte pria far suole >> (vv. 84-87). Precisa che la terra dove nacque e visse si estende lungo il litorale tra il fiume Ebro e il Macra, il quale per breve corso divide il territorio della repubblica di Genova e la Toscana. Per indicare la città dove risiedette, Marsiglia, chiama in causa Buggea, città mercantile sulla costa africana frequentata nel XII secolo da amalfitani, pisani e genovesi, collocata pressappoco sulla stessa longitudine del porto francese, anch'esso toccato dai mercanti-navigatori di Amalfi nel secolo XI. Le puntuali asserzioni di Folchetto provano le conoscenze cartografiche di Dante, il quale avrebbe interpretato la carta pisana, disegnata verso il 1275 in base a rose dei venti e mediante l'uso della pixis nautica, uno strumento magnetico a secco inventato dalla marineria amalfitana entro il 1259.

La lettura evangelica del Cristianesimo da parte di Dante è qui ben manifesta per bocca di Folchetto, il quale ricorda che in quel cielo si trova Raab, la meretrice di Gerico, che ospitò generosamente due esploratori inviati da Giosuè; ella fu la prima in assoluto a essere trasferita dal Limbo quando Gesù vi scese per prelevare le grandi anime dei padri di Israele. Il poeta riporta l'idea che Tolomeo esprime nell'Almagesto, secondo la quale, essendo il Sole ben più grande della Terra (cfr. in proposito il paragrafo L'astro-meta-fisica), questa produce un'ombra a forma di cono, la cui punta termina nel Cielo di Venere. Il fenomeno sarebbe avvenuto in considerazione del fatto che Venere si trova, secondo Tolomeo, tra il Sole e la Terra; per cui il pianeta, muovendosi sul suo epiciclo, il cui centro descrive una circonferenza attorno alla Terra, detta deferente, quando si trova in opposizione al Sole, riceve il cono d'ombra proiettato dalla sfera del nostro pianeta.

Dante ritiene giusto il gesto di Raab che favorì la prima vittoria di Giosuè in Terra Santa, quella terra ove Cristo si è immolato per la redenzione, terra che ora il papa ha completamente abbandonato. E allora la rabbia di Folchetto si concentra su Firenze, nelle mani del malgoverno, poiché dominata da Lucifero, il quale ha prodotto gravi danni all'umanità, in quanto ha sempre invidiato Adamo e Eva. Così ha invogliato i fiorentini a coniare il fiorino d'oro, una moneta che ha corrotto popolo e sacerdoti, trasformandoli in lupi rapaci: << produce e spande il maledetto fiore/ c'ha disviate le pecore e gli agni,/ però che fatto ha lupo del pastore >> (vv. 130-132).

La Chiesa corrotta ha sostituito la spiritualità del Vangelo e degli antichi Padri con la mondanità dei libri del diritto canonico (Decretali). Pertanto, papi e cardinali hanno dimenticato la Terra Santa e la piccola Nazareth, dove l'arcangelo Gabriele annunciò a Maria la nascita del Redentore. Gli infedeli occupano ormai quei luoghi e nessuna crociata è più nella mente del pontefice. Ma il Vaticano e l'altre parti elette di Roma, dove riposano i martiri seguaci di Pietro, saranno liberate, vaticina Folchetto, dalle mani sacrileghe degli usurpatori.

STORIA DELLA POLITICA (VI)

GIUSEPPE GARGANO

STORIA DELLA POLITICA (VI)

 

Tra scienza politica e utopia.

 

<< Il tempo, che scorre irresistibilmente e con un movimento ininterrotto, risucchia e trasporta con sé tutto ciò che è in procinto di divenire per inghiottirlo in un abisso d'oblio, così come gli avvenimenti indegni di attrarre l'attenzione che quelli i quali sono grandi e degni di memoria, e, come dice il tragico (Sofocle), esso fa nascere ciò che è caduto e ciò che è apparso lo rivela. Ma la scienza della Storia è una diga impermeabile che si oppone al torrente del tempo: essa ne arresta in qualche modo il corso irresistibile; gli avvenimenti che si susseguono, tutti quelli che essa ha potuto raccogliere in superficie, essa li contiene nel suo abbraccio e non li lascia giammai scivolare nelle profondità dell'oblio>>. Questo collegamento tra il Tempo e la Storia di Anna Comneno (Alexiade, proemio, 1) figlia dell'imperatore di Bisanzio Alessio I (1081-1118), fa assumere alla Storia il ruolo di una scienza capace di fermare il corso tumultuoso del Tempo e di raccogliere tutti gli eventi che corrono in superficie per non farli sparire nel buio dell'oblio. Se la Storia è una scienza, e oggi lo è più che mai, allora essa, che è in grado di farci rivivere molte azioni del passato, può diventare lo strumento efficace per costruire un'altra scienza, la Politica. Ed è proprio ciò che ha fatto Niccolò Machiavelli nel Rinascimento. Egli ha fondato la Politica come scienza, strutturandola sulla ricerca storica e sulla costruzione di modelli di governo adatti alla sua epoca. Le sue due principali opere, Il Principe e Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio, sembrano porsi in contraddittorio tra di loro, proponendo la prima la creazione di un principato italiano sull'esempio del regno di Francia e sostenendo la seconda una repubblica sull'esempio di quella classica romana, illustrata dal predetto storico dell'età augustea, che Ottaviano soleva amorevolmente definire il mio repubblicano. La respublica di Roma è considerata da Machiavelli, che ricalca la lezione di Cicerone, la migliore possibile, perchè fonde insieme le positive forme della monarchia (i consoli elettivi annualmente), dell'aristocrazia (il senato), della democrazia (il tribunato della plebe e i comizi centuriati). Egli considera il papato l'ostacolo principale all'unità d'Italia sotto forma di principato: da sempre i papi hanno fatto appello alle potenze straniere, affinchè ciò non avvenisse. Così si comportarono con i longobardi, che avevano costituito un regno nazionale formato da ducati, chiedendo l'intervento dei franchi. Così si regolarono con Federico II e gli svevi, chiamando nel regno di Sicilia Carlo I d'Angiò. Qual'era la vera idea politica di Machiavelli? O meglio, quale soluzione politica proponeva per l'Italia? Per rispondere a tale domanda, bisogna giocoforza fare alcune riflessioni sulla politica della sua Firenze.

A partire dal XIII secolo all'interno della città si verificavano aspre lotte tra il popolo e i magnati per il governo del Comune. Alfine vinse la classe mediana popolare, la quale, dopo un certo tempo, si distinse nel popolo minuto o mercatanti e nei grandi e ricchi; questi ultimi erano i nuovi nobili, di antica reputazione, definiti uomini savi per la loro esperienza. Ai tempi più antichi risalivano il Consiglio del Comune e il Consiglio del Popolo; quest'ultimo fu aggiunto al primo per inserire il nuovo ceto sociale.  Tale fu l'evoluzione politica dopo Dante.

La riforma costituzionale della repubblica fiorentina nel 1494 vide l'accesso al potere delle classi mediane, che lo condivisero con l'aristocrazia degli uomini savi. Questi costituivano le case, intese come casate rappresentate dai grandi palazzi turriti. Al tempo dei Medici avevano costituito il dominio oligarchico, esercitato per mezzo del Consiglio dei Settanta e del Consiglio dei Cento. Come afferma Felix Gilbert (Machiavelli e Guicciardini. Pensiero politico e storiografia a Firenze nel Cinquecento, Torino 1970), essi formavano l'élite culturale della città, propugnatori della rinascita della civiltà classica e protettori degli umanisti. A loro erano affidate le missioni diplomatiche. Molti di loro, potenti sotto i Medici, continuarono a recitare una parte rilevante nel periodo repubblicano. La loro casta era molto ricca: la loro ricchezza derivava dai commerci marittimi, per i quali utilizzavano il porto di Pisa. Il ruolo di Firenze quale potenza a dimensione europea derivava principalmente da banchieri, mercanti, lanaioli. Invece la classe media, costituita da bottegai, piccoli imprenditori, artigiani, recitava di certo un ruolo più dimesso. Una terza classe, la più bassa, era la plebe o vulgo, formata da lavoratori e da servi.

La repubblica del 1494, su suggerimento del Savonarola, fuse insieme il Consiglio del Comune e il Consiglio del Popolo, per istituire il Consiglio Maggiore, a imitazione del Maggior Consiglio di Venezia, per ottenere armonia interna e forza esterna; infatti allora i fiorentini stimavano che la repubblica marciana avesse realizzato la costituzione perfetta. Il Consiglio Maggiore fiorentino nel 1500 aveva ben tremila componenti. Il simbolo della repubblica fiorentina divenne la sala del Consiglio Maggiore, immediatamente demolita nel 1512 dai Medici al loro ritorno in città. In tale consiglio si affrontavano i due gruppi politici degli aristocratici e dei mediani; il loro conflitto continuo fu causa di discordie deleterie. Il Consiglio Maggiore approvava le leggi e imponeva le tasse. Inoltre sceglieva i componenti degli organi esecutivi, che rispecchiavano corporazioni (arti maggiori e arti minori) e organizzazioni sociali.

Il massimo organo esecutivo, alla stregua di Venezia, era la Signoria, composto da otto priori di libertà e dal gonfaloniere di giustizia: ciascun quartiere eleggeva due priori, mentre sette membri della Signoria appartenevano alle arti maggiori e due alle arti minori. La Signoria era presieduta dal gonfaloniere, alto magistrato che rappresentava la repubblica. Due istituzioni del XIII secolo, i dodici buonuomini e i sedici gonfalonieri di compagnia, allora detentori del potere esecutivo, ora svolgevano un compito consultivo. La procedura istituzionale assegnava alla Signoria le proposte legislative, ai dodici buonuomini e ai sedici gonfalonieri il parere, al Consiglio Maggiore l'approvazione. Nel 1502 la carica di gonfaloniere di giustizia, a emulazione del doge di Venezia, divenne a vita. Il gonfaloniere per antonomasia divenne Pier Soderini, eletto dal Consiglio Maggiore proprio nel 1502. Egli non era affatto un riformatore, ma si poneva super partes a riguardo delle classi in contrasto. Allora gli aristocratici lo considerarono un traditore, perchè, nonostante fosse uno di loro, non volle portare avanti il loro programma. Perseguì una politica filo-francese, che espose Firenze alle truppe spagnole e pontificie nel 1512. Scelse quale suo valido collaboratore Niccolò Machiavelli, che nominò segretario della repubblica, inviandolo in importanti missioni diplomatiche.

Pier Soderini aveva assunto una rilevanza politica paragonabile soltanto a quella di Lorenzo il Magnifico, sebbene questa fosse di maggior spessore. Lorenzo, infatti, era ritenuto l'arbitro d'Italia, cioè colui che aveva stabilito la pace nella penisola e aveva annullato la minaccia delle invasioni straniere; inoltre, come un primus inter pares, alla stregua di Augusto, aveva mantenuto l'equilibrio politico a Firenze, senza sopprimere le istituzioni repubblicane e facendo partecipare gli aristocratici al governo. Il suo omonimo nipote, rientrato in città nel 1512 con l'appoggio degli spagnoli e dello zio papa, si mostrava al popolo sempre scortato, trattava gli affari di Stato nel suo palazzo, arrogava a sé le funzioni dei magistrati, prendeva decisioni politiche servendosi dei pareri di pochi amici fidati. Così egli appariva agli occhi di molti come un tiranno dispotico. Ma il suo comportamento non rientrava affatto nella definizione che Savonarola diede della tirannide: << il tiranno è un uomo che precipita il suo paese in guerra per mantenersi al potere, che distrae le masse con le feste e gli spettacoli, che si innalza palazzi con i denari della città, che corrompe i giovani e ha spie fra i magistrati >>.

La repubblica fiorentina provvide a introdurre altri organi governativi: il Consiglio dei Dieci, che si interessava della politica estera e della guerra, il Consiglio degli Otto di guardia, che amministrava la giustizia, gli ufficiali di monte, che gestivano le finanze. Il governo delle città toscane soggette a Firenze, quali Pisa, Pistoia, Arezzo, Volterra, Cortona, Livorno, era affidato a podestà e a capitani. Questi restavano in carica per un solo anno, come i capitanei generales dei periodi angioino e aragonese nelle città e in alcuni territori del regno di Sicilia. I membri della Signoria si alternavano addirittura ogni due mesi, al fine di impedire che essi costituissero centri di potere. Per gli uffici meno importanti venivano assegnati stipendi, favorendo, così, il loro accaparramento, confermato, per i tempi più antichi, dall'espressione dantesca i' mi sobbarco. C'erano altre salvaguardie per evitare accentramenti di potere. Chi aveva occupato una carica era ineleggibile per altro ufficio per un certo tempo e i membri di una stessa famiglia non potevano avere contemporaneamente incarichi.

I Medici idearono un sistema per sostenere il loro regime. Fecero realizzare elenchi di eleggibili ai consigli e agli uffici, facendo poi scrivere i loro nomi su foglietti, che venivano introdotti in un sacchetto di seta rossa, dal quale si estraeva il nome dell'eletto. Gli elenchi venivano spesso rivisti, a causa dei mutamenti delle condizioni relative all'eleggibilità. Gli accoppiatori che provvedevano allo scrutinio mettevano nei sacchetti i nomi di persone favorevoli ai Medici.

Con la repubblica i mediani riuscirono a far sostituire il sorteggio dei magistrati, tanto caro agli aristocratici, con l'elezione, credendo che potesse favorirli; ma, al contrario, essi stessi preferirono eleggere personaggi noti dell'aristocrazia, in quanto li ritenevano più affidabili. A quel punto si invertirono le posizioni: gli aristocratici optarono per l'elezione, mentre i popolari sostennero il sorteggio. Alla fine si decise per una soluzione “all'italiana”, come i sistemi elettorali mattarellum, porcellum, rosatellum progettati dai parlamentari dei nostri tempi: combinazione di sorteggio ed elezione per il Consiglio Maggiore.

Tra il 1494 e il 1498 il frate Girolamo Savonarola divenne la figura di spicco della rivoluzione repubblicana. Egli non assunse mai incarichi di governo, ma preferì svolgere la funzione di suggeritore per una riforma morale e politica. Così il vero compito della politica doveva essere l'amministrazione della giustizia, sorretta da una costituzione data da Dio; il buon governo, così ben raffigurato da Ambrogio Lorenzetti, non può ammettere le fazioni. Savonarola fu ammirato principalmente dai mediani e persino da alcuni aristocratici, tra cui Piero Guicciardini, padre di Francesco.

L'aristocrazia progettò una riforma del sistema fiscale per indebolire il potere del Consiglio Maggiore, tanto caro alle classi medie. La proposta consisteva nell'istituzione di un consiglio deliberativo composto di duecento membri a vita, di cui ottanta eletti dal Consiglio Maggiore, novanta provenienti dalle famiglie nobili e i rimanenti trenta tra gli ex gonfalonieri di giustizia, gli ex membri dei Dieci e gli ex ambasciatori. Tale consiglio avrebbe dovuto stabilire le misure finanziarie. Ma la proposta aristocratica non fu accettata dai popolari. Nel 1502 Francesco Pepi, oratore del quartiere di S. Croce, propose un consiglio di tre o quattrocento membri, scelti dalla Signoria, con il compito di nominare il Consiglio dei Dieci, ambasciatori e commissari, nonché di approvare con maggioranza di due terzi le leggi finanziarie. Due anni prima fu approvata la decima scalata, un'imposta graduale in proporzione alla ricchezza posseduta. Tale scelta, voluta soprattutto dai popolari, aveva lo scopo di colpire gli aristocratici, principali detentori della ricchezza.

Il regime repubblicano fu caratterizzato non solo dalle riforme, ma anche dalle continue contese che contribuirono alla sua caduta nel 1512. In aggiunta, allo scorrere del XV secolo la scarsità dei raccolti e le guerre continue, che restrinsero i commerci e limitarono la produzione, assestarono un altro colpo fatale.

Nel 1512, poco prima del ritorno dei Medici, gli aristocratici riuscirono a imporre un programma di riforme. In primo luogo limitarono il governo del gonfaloniere a un anno; quindi obbligarono tale magistrato ad aprire la corrispondenza di Stato alla presenza di altri due membri della Signoria, mutuando la consuetudine veneziana secondo la quale il doge non poteva compiere quell'operazione privatamente. Imitando ancora una volta la Serenissima, fu creato un Senato con ottanta membri eletti dal Consiglio Maggiore e con l'aggiunta di ex gonfalonieri, ex ambasciatori, ex magistrati del Consiglio dei Dieci; i senatori a loro volta avrebbero eletto altri cinquanta colleghi. Il Senato avrebbe diretto la politica di Firenze, avrebbe approvato con i due terzi le misure fiscali, avrebbe nominato i maggiori organi di governo. Così sostituiva nel ruolo di centralità nella politica il Consiglio Maggiore, al quale restava l'elezione annuale del gonfaloniere.

I fiorentini erano consapevoli del fatto che la loro repubblica non era in grado di prendere iniziative in politica estera. Pertanto, indugiavano nel fare le loro scelte per quanto concerneva le alleanze; allora preferivano prendere tempo e nel contempo rimanere neutrali. La repubblica alfine decise di scegliere l'alleanza con la Francia, trovandosi di conseguenza in conflitto con Milano e la Chiesa. Allora il lungo tergiversare dei fiorentini avrebbe fatto commettere loro un passo falso? Non è proprio così, poiché i loro traffici commerciali, che non volevano bloccati, erano soprattutto rivolti verso la Francia.

Torniamo ora a Machiavelli. Lo scrittore fiorentino raccoglieva le sue esperienze politiche per costruire una nuova concezione della storia. Intanto negli Orti oricellari, promossi da Bernardo Rucellai nei primi anni del Cinquecento, si discuteva di storia e di politica. Francesco Guicciardini, a proposito di quel cenacolo di cultura aristocratica, afferma: << di quell'orto, come si dice del cavallo troiano, uscirono le congiure, uscinne la ritornata de' Medici, uscinne la fiamma che abruciò questa città >>.

Machiavelli era fermamente convinto che la storia antica fosse “la guida per le azioni dell'uomo” e che dal passato derivava il futuro. Considerava Roma l'unico modello di città-Stato trasformatasi in impero; la sua società politica poteva diventare un esempio da imitare ancora nel Cinquecento. Ma a lui interessava principalmente la Roma repubblicana. Un esempio a riguardo della validità delle asserzioni storiche machiavelliane è rappresentato dal parallelismo tra la fine di Savonarola e quella di Cesare: il frate imprigionato non fu messo sotto tortura al fine di fargli confessare i nomi dei suoi seguaci, perchè una simile indagine avrebbe potuto far crescere la tensione in città; Cesare, una volta vinto Pompeo, non volle analizzare la sua corrispondenza, privandosi di un'occasione più unica che rara di scoprire i suoi nemici, evitando il suo assassinio.

Machiavelli aveva progettato di far diventare la politica una sorta di scienza, a livello dell'arte, del diritto, della medicina, codificando i principî degli antichi. Introducendo il suo programma, egli considera innanzitutto gli uomini cattivi, poiché perseguono fini egoistici. Ne consegue un acceso confronto tra interesse privato e bene comune. La frenetica ricerca della ricchezza rappresenta un male inalienabile. Da qui deriva l'opinione negativa che lo scrittore fiorentino aveva per l'impero romano, figlio della degenerazione nella quale sarebbe caduta la repubblica a seguito della legge agraria dei Gracchi, motivo scatenante delle lotte intestine tra il senato e il popolo per l'accaparramento della ricchezza. In definitiva Machiavelli sostiene che l'interesse privato sia legittimo e naturale, ma, quando entra in conflitto con il bene comune, allora deve cedere a vantaggio di quest'ultimo. Non ritiene, erroneamente secondo noi, fondamentali i fattori economici nella politica; noi siamo convinti che la politica sia figlia dell'economia in ogni tempo e in ogni luogo. Lo scrittore fiorentino considera negativa la neutralità nei rapporti internazionali, mentre preferisce l'azione.

Ai suoi tempi i pensatori ritenevano che gli uomini erano in balìa di due forze, la ragione e la fortuna. La prima governa le forze razionali, mentre la seconda le irrazionali. Si riteneva la fortuna proveniente da Dio, per cui bisognava cavalcarla al suo apparire, tenendo presente il detto classico audaces fortuna iuvat. Alla forza Machiavelli dà un'importanza fondamentale in politica. Egli è convinto che esistono due forme di combattimento: una mediante le leggi, l'altra con la forza. Sebbene la prima sia umana e la seconda bestiale, spesso proprio quest'ultima sarebbe stata in grado di risolvere situazioni incresciose; comunque l'uso delle armi dev'essere l'ultima istanza. Nelle sue opere, soprattutto nel Dell'arte della guerra, Machiavelli considera che l'uso dei mercenari sia nocivo in modo assoluto; per cui è certo che solo le milizie cittadine sono in grado di difendere la patria, poiché legate alla loro bandiera e non ai soldi. Sottolinea, intanto, le significative capacità degli svizzeri quali efficaci combattenti; per questo il pontefice, nella sua pragmaticità, li aveva assoldati, trasformandoli in un corpo speciale a difesa della sua persona. Ma tra Quattro e Cinquecento la guerra aveva ormai mutato aspetto: le sempre più potenti artiglierie, composte da bombarde, colubrine e archibugi, spazzavano via fanterie e cavallerie e sfondavano i muri non adeguatamente spessi delle fortificazioni.

Lo scrittore fiorentino pone a confronto la virtus e la fortuna: la prima sarebbe per lui la forza che genera le azioni umane, una qualità innata prerogativa per esercitare il comando, che può essere posseduta da un singolo individuo, il princeps, oppure da un collegio di savi; la seconda è imprevedibile, per cui, quando si manifesta, occorre saperla cogliere e girare a proprio vantaggio. Egli valuta la consistenza della virtus per metà e per l'altra metà la fortuna. In considerazione di tali elementi, il princeps deve agire con l'astuzia della volpe e con la forza del leone.

Secondo Machiavelli i principati sono di tre tipi: ereditario, cioè d'impianto monarchico, come le dinastie di alcuni regni o signorie; nuovo, quando un personaggio o una famiglia assurge a capo di uno Stato, come gli Sforza a Milano; misto, quando un principe conquista e annette altri territori. In quest'ultimo caso Machiavelli suggerisce al principe come tenere ben salda l'entità statale appena sottomessa, la quale era avvezza a governarsi con propri magistrati e proprie leggi. A suo parere le possibilità sono tre: radere completamente al suolo la città principale e i suoi centri di potere, come fecero i romani nei confronti di Cartagine, imponendo proprie leggi e magistrature, ma Roma era allora una repubblica e non un principato; andarvi il principe a vivere personalmente nella città principale dello Stato occupato, essendo per lui sicuro il vecchio principato, come si regolò, diremmo noi, il duca di Amalfi Mansone I quando occupò il principato longobardo di Salerno; lasciare allo Stato conquistato di continuare a governarsi con le proprie leggi e consuetudini sotto il controllo di un'oligarchia locale a lui fedele, riservandosi la riscossione di un tributo, come fecero i normanni nei confronti degli amalfitani e dei gaetani. A proposito dell'episodio di Mansone, bisogna precisare che la sua occupazione salernitana durò appena due anni, perchè non fu adeguatamente appoggiato dall'aristocrazia mercantile amalfitana, desiderosa di vivere in pace per non guastare i suoi commerci.

Machiavelli riporta un suggestivo episodio accaduto ai suoi tempi in Italia centrale. Il duca Valentino, Cesare Borgia, dopo aver occupato uno staterello vicino, inviò ad amministrarlo un suo fiduciario, al quale raccomandò di essere crudele e spietato con i nuovi sudditi. Col passare del tempo la popolazione prese in odio il governatore. Senza preavviso giunse Cesare Borgia, impiccò l'uomo al quale aveva precedentemente comandato le nefandezze e fu acclamato come liberatore. E' questo il fine che giustifica i mezzi?

Machiavelli si pone il quesito circa il governo largo o il governo stretto: sceglie la prima soluzione; pertanto, è contrario all'oligarchia. Ma si oppone pure all'aristocrazia, alla quale addebita la responsabilità della fine della repubblica a Firenze. Allora egli è favorevole al regime popolare. Così lo Stato libero aveva necessariamente bisogno di homines politici, cioè gli esponenti della classe mediana opportunamente preparati a livello degli aristocratici.

Conciliando le apparenti contrapposte idee machiavelliane evidenti nel Principe e nei Discorsi, si può arguire che il modello proposto dallo scrittore fiorentino preveda la fondazione di un principato nazionale italiano, organizzato da uno scaltro principe come Cesare Borgia sulla base di un'efficace legislazione e di un apparato solido; alla morte del principe fondatore sarebbe successa una repubblica guidata da un collegio di savi. L'improvvisa morte del pontefice Alessandro VI, suo padre e protettore, fece fallire il progetto del Valentino, che andò in bassa fortuna. Allora l'appello di Machiavelli fu rivolto a Lorenzo II dei Medici; ma costui rimase sordo, legato com'era alla potenza spagnola, che gli aveva permesso di tornare a essere signore di Firenze.

La lezione machiavelliana era destinata a fare fortuna: il suo Principe era sul comodino di Stalin, fu letto e interpretato da Mussolini, Gramsci e Lenin, il quale fece propria la dottrina di Machiavelli, raccomandando, in punto di morte, ai suoi collaboratori: << Dopo di me un collegio unito e concorde; mi raccomando, impedite a quel criminale di Stalin di succedermi! >>. Purtroppo, come la storia ci insegna, non fu ascoltato.

L'altro grande studioso fiorentino di politica, amico e avversario di Niccolò Machiavelli, è Francesco Guicciardini. Egli fu particolarmente protetto dai Medici, ai quali fu sempre legato.

Vediamo più da vicino quali sono le sue opinioni sui principi. Egli è innanzitutto affascinato dallo spagnolo gran capitano Gonzalo Fernandez de Còrdoba, grande condottiero. Ma accusa Ludovico il Moro, signore di Milano, la cui esagerata ambizione sarebbe stata la rovina dell'Italia. Anche nei confronti dei sovrani nutre considerazioni negative: Francesco I di Francia pensava più all'apparenza che alla sostanza; Carlo V era inesperto, succubo dei suoi consiglieri. Lorenzo il Magnifico e Ferdinando d'Aragona assicurarono all'Italia pace e prosperità; i loro figli rovinarono tutto. Guicciardini dichiara che Lorenzo fu un tiranno migliore e più piacevole; potremmo avvicinarlo a Pisistrato e a Pericle, o meglio a una fusione dei due. Consolida questo pensiero, precisando che il signore di Firenze aveva le virtù della prudenza, della liberalità, della magnificenza, bilanciate in negativo da vizi quali l'arroganza, la crudeltà, la vendetta, il sospetto; restava, comunque, un principe di multiforme ingegno.

Guicciardini non condivide l'idea machiavelliana del modello perfetto di amministrazione politica relativo a Roma. Oppone al concetto di importanza della conoscenza della storia quale esempio da tener presente per la costruzione del futuro politico, sottolineando la diversità tra teoria e pratica. Quindi non c'è una regola per scrivere la scienza politica, invece bisogna analizzare caso per caso e comportarsi di conseguenza all'occorrenza. Questa è la sua teoria della discrezione, associata al concetto del particulare, secondo il quale, per essere in grado di effettuare scelte opportune e mirate in politica, bisognerebbe conoscere tutti i molteplici dettagli della situazione, cosa assolutamente impossibile. Da qui possiamo desumere che Guicciardini non sarebbe affatto d'accordo con la definizione di storia fornita da Anna Comneno: essa non sarebbe un fluire continuo di accadimenti, ma un fascio di segnali discreti impossibile da arginare in toto tramite “il muro della storia”. E' come la visione della fisica dall'osservatorio della meccanica quantistica e dei suoi quanti, profondamente diversa da quella della fisica classica e del suo continuo.

L'obiettivo principale di Guicciardini è, in effetti, una repubblica dei nobili, perchè egli è convinto che soltanto gli aristocratici hanno la competenza e l'esperienza atte a governare, mentre i mediani ne sono completamente a digiuno. Così possiamo definire Guicciardini come il teorico della politica aristocratica fiorentina.

Vediamo quali sono le sue opinioni sul governo della repubblica di Firenze. Innanzitutto ritiene il Consiglio Maggiore organo fondamentale, che deve eleggere le cariche governative, la cui durata non deve essere breve, perchè devono avere il tempo necessario per poter bene operare. Poi il gonfaloniere deve essere eletto a vita, ma i suoi poteri devono essere limitati soprattutto per quanto riguarda le proposte di legge da sottoporre all'approvazione del Consiglio Maggiore: tali proposte non devono essere necessariamente collegiali da parte della Signoria, ma anche di un singolo membro. Inoltre la Signoria non avrebbe dovuto giudicare e punire i delitti di Stato e inviare missioni diplomatiche. E' d'accordo circa la creazione di un senato di duecento membri a vita: ottanta eletti dal Consiglio Maggiore, trenta dalla Signoria, dai sedici gonfalonieri e dai dodici buonuomini, i rimanenti novanta devono essere ex gonfalonieri, ex membri dei Dieci, ex ambasciatori e commissari. Il Senato avrebbe controllato la politica estera mediante ambasciatori e commissari militari, nonché il Consiglio dei Dieci; inoltre avrebbe discusso e approvato le leggi prima di inoltrarle al Consiglio Maggiore e controllato la legislazione fiscale. In definitiva, i pilastri della proposta costituzionale guicciardiniana di Firenze risultano essere: gonfaloniere a vita, Senato, Consiglio Maggiore; guarda caso corrispondenti a monarchia, aristocrazia, democrazia indicate da Machiavelli sulla scorta dell'esempio romano e della lezione di Platone. Il ritorno dei Medici convinse Guicciardini che Lorenzo II poteva svolgere il ruolo del doge di Venezia, in un sistema politico di democrazia aristocratica.

Anche Guicciardini come Machiavelli ritiene l'invasione straniera dell'Italia, sia essa francese o spagnola, con il conseguente abbattimento di principati e di repubbliche, assolutamente deleteria, perchè, oltre a sopprimere le libertà costituite, procurava pure depauperamento del patrimonio artistico, con l'accaparramento di opere d'arte da parte degli invasori, e cambiamenti nella morale e nel modo di vivere degli assoggettati.

Prendendo spunto dagli scritti di Tacito sui germani, valuta in positivo gli effetti della scoperta dell'America, nell'ottica di una possibile imitazione della creazione di un mondo senza cupidigia e ambizione simile alla società degli indios, anticipando, per così dire, la teoria del buon selvaggio di Voltaire.

La lezione di politica come scienza, inquadrata sotto il profilo storico da Machiavelli, insieme ai pensieri di Guicciardini fondati sull'esperienza, trovarono fortuna nel Seicento, secolo di ferro dominato dal Barocco, dalla Controriforma e dalla rivoluzione scientifica galileiana. In particolar modo il Meridione d'Italia e l'Inghilterra contribuirono a una loro evoluzione filosofica associata a una concreta applicazione sperimentale.

Ci riferiamo in primo luogo a Giambattista Vico, che considera la Storia una scienza nuova, la cui protagonista sarebbe la Provvidenza. Pertanto, egli mette un punto fermo contro l'ateismo, sottolineando l'importanza della religione per le società di qualsiasi epoca. Ne consegue un rapporto stretto tra la Provvidenza divina e la Storia umana: la prima, servendosi dei mezzi della natura, va a identificarsi con le leggi sociali dello sviluppo storico. Vico afferma: << Verum et factum reciprocantur seu convertuntur>>, evidenziando la conversione del vero e del fatto l'uno nell'altro e la loro coincidenza.

Riferendosi ai cicli storici della civiltà classica, egli individua tre età:

età degli dei dominata dalla teocrazia e contrassegnata dal potere della divinazione;

età degli eroi segnata dall'aristocrazia, nella quale si sviluppa la mitologia;

età degli uomini rappresentata dalla democrazia e dalla libertà.

Le prime due possono essere unificate nell'età preistorica e viste come infanzia dell'umanità, nelle quali gioca un ruolo predominante la fantasia. La terza età segna la nascita delle nazioni e l'evoluzione verso la razionalità, testimonianza dell'avvenuta maturità.

Queste idee portarono Vico all'ideazione della teoria dei corsi e ricorsi storici, la cui evoluzione lungo l'asse passato-futuro avviene tramite un moto a spirale, i cui tratti paralleli sono simili, ma non uguali, tra loro. Ciò significa che la conoscenza del passato può permetterci il governo del presente, in quanto gli avvenimenti accaduti possono ripetersi, anche se in condizioni simili; per ottenere questo, occorre inquadrare bene le situazioni. Ad esempio, la demagogia, degenerazione, per eccesso di libertinaggio, della democrazia classica, si manifesta ancora oggi; l'evoluzione successiva nelle poleis dell'Antichità era la tirannide, che però ora non avviene, almeno nel mondo occidentale, a causa di condizioni al contorno estremamente vincolanti non esistenti nel mondo greco.

Vico individua il I ciclo dalla preistoria all'impero romano (corso), il II ciclo dalle invasioni barbariche al Medioevo e, quindi, all'Età Moderna (ricorso).

Allo studio e all'analisi dei fatti storici si era già interessata nel secolo precedente la storiografia riformata, dalla cui scuola era emerso Keller, colui che associò il nome di Medioevo al millennio che collega l'Antichità all'Età Moderna. Le idee sociali connesse alla riforma di Lutero contribuirono al progresso di quelle comunità europee che le accettarono, gettando le basi sulle quali si fonderà poi la democrazia moderna.

Il progetto platonico di Utopia e del “governo dei tecnici” venne rispolverato nell'Inghilterra di Enrico VIII, fondatore della Chiesa anglicana. Thomas More scrisse un'opera omonima, nella quale immagina un'isola abitata, come Atlantide, da una società perfetta. In una prima fase egli individua una città reale, che dev'essere paragonata all'Inghilterra, dove la giustizia era implacabile, al punto da comminare la pena di morte anche per un semplice furto. More non è d'accordo a un ritorno al Medioevo, contraddistinto dal regno dei Plantageneti; esclude, altresì, miglioramenti economici relativi all'industria manifatturiera per la produzione della lana, fondati su di un'economia mercantile che possa favorire benessere sociale. Egli anticipa idee che nel secolo successivo saranno alla base del comunismo barocco, come ci permettiamo di definirlo, proposto da Tommaso Campanella: More vuole l'abolizione della proprietà privata e l'equa ripartizione dei beni materiali. Allora prospetta una città perfetta, dove ogni cittadino deve coltivare, per sei ore al giorno, la terra a lui assegnata per un tempo massimo di due anni; nelle restanti ore giornaliere può dedicarsi a passioni e professioni abituali, nonché allo studio delle scienze e della filosofia. In quella città dev'esserci tolleranza religiosa e la famiglia è l'elemento fondante, protetta dalla condanna dell'adulterio, ma nel contempo fornita della licenza del divorzio. Nel Nuovo Mondo egli sperava che potesse nascere la città perfetta grazie al contributo degli inglesi e degli europei che abbandonavano il vecchio continente alla ricerca della fortuna e con l'intenzione di formarsi uno nuova vita.

Al comunismo platonico si rifà Tommaso Campanella per il suo comunismo barocco, infatuato anch'egli dalla fama conquistata dal filosofo greco tra i pensatori del Rinascimento. Il comunismo dell'Utopia di Platone si basa su di un'oligarchia di filosofi, detentori del sapere e perciò in un certo senso tecnici, che governano mettendo tutti i loro beni in comune, al fine di evitare la corruzione. Quindi la società è distinta in tre classi: aurea, composta dai governanti-filosofi; argentea, formata dai guerrieri; bronzea, costituita dai lavoratori.

La Città del Sole è l'isola utopica di Campanella, perduta nei mari del Sud. Il Sole, principe e sacerdote, è a capo della comunità; egli è il Metafisico, che detiene i poteri spirituale e temporale. E' di più rispetto ai re-sacerdoti dell'Antichità, poiché è un filosofo depositario di erudizione, conoscenza teorica e pratica, creatività, competenza e capacità tanto declamate nell'attuale scuola italiana. Somiglia al comunismo patriarcale degli Incas, dove Ataualpa, il figlio del Sole, era il proprietario assoluto; rappresentando egli lo Stato, ne consegue che la proprietà era completamente pubblica e veniva affidata temporaneamente ai privati.

Il Sole di Campanella è coadiuvato da tre principi assistenti: Sin, che incarna la sapienza scientifica; Pon, esperto della pace e della guerra; Mor, che si interessa di procreazione, educazione, lavoro.

La Città del Sole, nella sua forma di civitas lapidum, presenta una simmetria circolare; la sua topografia si sviluppa in senso verticale su di una collina. E' circondata, come il nobile Castello dell'Inferno dantesco, da sette cinte di mura rispecchianti i sette pianeti allora conosciuti. In base ai punti cardinali gli accessi sono costituiti da quattro porte. Sulla sommità si erge il Tempio del Sole d'impianto circolare, con cupola affrescata della volta celeste e altare circolare diviso a croce, sul quale sono poggiati il globo terrestre e la sfera celeste. Il simbolismo circolare e cosmico sembra richiamare quello d'influsso templare a forma ottogonale di Castel del Monte. Riflettendo sulla proposta di More, Campanella assegna ai solari quattro ore di lavoro giornaliero e il resto della giornata per le attività ludiche e di studio.

Il malgoverno spagnolo del Seicento in Italia dovette essere la fonte ispiratrice delle idee rivoluzionarie del filosofo calabrese, che dal potere centrale furono ritenute innocue follie fantastiche. Le continue guerre sostenute dalla corona di Spagna in Europa furono la causa della crescente pressione fiscale, che colpiva non tanto la plebe, in quanto composta in gran parte da nullatenenti, ma soprattutto la classe media, l'unica obbligata a pagare le tasse, essendo esenti nobili e clero secolare e monastico. La guerra del Monferrato, appendice del conflitto dei Trent'anni, combattuta da francesi e spagnoli per la successione al ducato di Mantova, provocò nel 1628 carestia e pestilenza. La scarsità del grano produsse l'aumento del prezzo di acquisto dai contadini, che determinò il lievitare del costo della farina, per cui i fornai furono costretti più volte a richiedere all'utenza una meta più alta per il pane. A quel punto il popolo insorse a Milano e saccheggiò i forni. L'episodio dell'assalto all'abitazione del vicario di provvisione, ritenuto responsabile di quell'aumento, descritto ne I Promessi Sposi, rappresenta una testimonianza dell'abilità e della scaltrezza politica dei governanti spagnoli. L'intervento del cancelliere Ferrer, che con indomito coraggio passa in carrozza tra la folla inferocita e reclamante giustizia, ne costituisce un chiaro esempio. Egli assicura che farà giustizia dopo aver arrestato il vicario e dopo regolare processo. Imbarcato il malcapitato in carrozza, sussurra al cocchiere: << Adelante Pedro, ma con iudicio >>, invitandolo ad accelerare l'andatura ma non troppo, perchè una corsa forsennata avrebbe creato sospetti nella folla e un cammino lento avrebbe consentito un ripensamento pericoloso. Il giorno seguente, individuati, mediante agenti segreti mescolati tra i crocchi, alcuni capi facinorosi, le autorità spagnole li arrestano e li impiccano nelle vie principali, esponendoli con lo scopo esemplare dell'intimidazione.

Due anni dopo un'altra rivolta del pane scoppiò a Napoli, anch'essa repressa, che ha lasciato nella memoria il ricordo di un canto: << in galera li panettieri/ mo' cà s'erano arricchuti/ se credevano cavalieri >>.

Già nel 1547 una rivolta interna aveva messo in subbuglio Napoli, allorchè Giovanni Naclerio di Agerola scorazzò a cavallo coi suoi accoliti per le strade della città. Si trattava dei fuoriusciti, orde di briganti, che minacciavano taglieggiando le popolazioni locali, in special modo ai confini settentrionali del viceregno e nel ducato di Amalfi, come conferma una lettera del viaggiatore inglese Thomas Hoby, ospite per una notte dei duchi Piccolomini nel castello sopra la città marinara.

Una vera e propria rivoluzione popolare si sarebbe verificata esattamente cento anni dopo nella capitale. Scoppiò a causa dell'improvviso aumento della tassa sulla frutta, caratteristica goccia che fece traboccare il vaso. In carcere l'eletto del popolo Giulio Genoino istruì il pescatore-pescivendolo Tommaso Aniello d'Amalfi, detto Masaniello, finito lì per contrabbando, ma dotato di un forte carisma, circa un'ideologia rivoluzionaria tesa a portare al potere il ceto popolare. Una volta tornato in libertà, Masaniello, consigliato sempre da Genoino, capeggiò la rivolta organizzata con i giovani lazzaroni, riuscendo a conquistare il potere, a diventare capitano generale del popolo napoletano, a costringere il vicerè alla ritirata. Il cardinale Filomarino, membro di un'antica nobile stirpe napoletana e arcivescovo della città, esprimeva la sua opinione favorevole alla rivoluzione in una lettera inviata al papa, speranzoso nella cacciata degli spagnoli. I francesi, intanto, inviavano una flotta nel golfo in appoggio e in chiave anti-spagnola. Genoino puntava all'affermazione della classe mediana affocata dalle tasse e si serviva di Masaniello per ottenere l'appoggio della plebe. Genoino aveva stabilito più di ventisette anni prima, quale eletto del popolo, in accordo col vicerè Ossuna, una riforma amministrativa, la quale prevedeva: il ridimensionamento del potere dei seggi, la centralità del ruolo politico del popolo, un equilibrio costituzionale del regno realizzato mediante la creazione del primato del collaterale, consistente nella facoltà concessa a quest'ultimo di assumere la direzione del governo in assenza del vicerè. La nuova magistratura andava ad associarsi al consiglio composto dal vicerè e da cinque giuristi. Tale riforma aveva lo scopo di porre sullo stesso livello nobili e popolo. In tal modo la classe mediana, le cui tasse mantenevano l'apparato statale, otteneva giustizia, entrando a far parte a pieno diritto dell'amministrazione cittadina e regnicola. Ma nel 1638 il colpo di mano del collaterale annullava le conquiste raggiunte e procurava il carcere a Genoino. La rivoluzione di Masaniello di nove anni dopo produceva una nuova riforma: l'eletto del popolo Andrea Naclerio, che si era abbacchiato coi nobili, veniva sostituito nell'incarico dal nipote di Genoino; venivano create compagnie e squadre di popolani al servizio del capitano generale del popolo; erano abolite le gabelle; si adottavano nuove tabelle dei prezzi dei commestibili; veniva stabilita la parità di voto tra popolani e nobili. A tali iniziative seguì una violenta repressione contro i nobili. Masaniello governava, comunque, in nome e per conto del re di Spagna e abbatteva il  malgoverno precedente. Sia l'eroico pescatore che il suo suggeritore Genoino credevano che il potere centrale non avesse alcuna responsabilità sugli aumenti delle imposte indirette nel viceregno di Napoli; in realtà era proprio la corte di Madrid la vera responsabile degli aumenti fiscali, poiché aveva necessario bisogno di denaro per finanziare le guerre. Intanto Masaniello poneva fine al triste fenomeno dei fuoriusciti, convocando a palazzo con un inganno i loro capi, per poi eliminarli fisicamente.

Di fronte alla repressione della nobiltà, il cardinale Ascanio Filomarino, per difendere la classe alla quale apparteneva, suggerì a Masaniello di incontrare il vicerè e di mediare con lui, allo scopo di facilitare l'accettazione e l'approvazione della rivoluzione napoletana da parte di Madrid. Così il capitano generale si recò più volte a Posillipo dal vicerè e nel corso dei sontuosi banchetti offerti in suo onore sarebbe stato puntualmente drogato. Da qui sarebbe scaturita la celebre pazzia di Masaniello, la quale non fu affatto una montatura di testa per il potere conseguito, che raggiunse l'epilogo con l'attentato del 16 luglio 1647, festa della Madonna del Carmine, quando il capitano generale del popolo napoletano cadeva nella chiesa della Madonna dell'Arco colpito da quattro archibugieri. Ma quella rivoluzione, durata appena nove giorni, proseguì grazie a Enrico II di Lorena duca di Guisa, che costituì la Repubblica Napoletana, riconosciuta dalla Francia, le cui monete, recanti l'iscrizione SPQN (Senatus PopulusQue Neapolitanus), richiamavano l'eredità romana con orgoglio. Il ritorno in massa delle truppe spagnole nella primavera del 1648 spazzava via ogni conquista. La madre di Masaniello, Antonia Gargano di Atrani, e sua moglie Bernardina Pisa furono umiliate alla vita da prostitute. Una tradizione popolare, già viva alla fine del XVII secolo, ricorda la Casa di Masaniello accanto alla chiesa di S. Maria de Bando di Atrani, con la vicina Grotta di Masaniello, nella quale si sarebbe rifugiato l'eroe del popolo napoletano prima di essere assassinato. Della sua rivoluzione restava una coppola rossa, il berretto frigio dei pescatori (magnosa), come recita il coevo canto popolare 'O cunto 'e Masaniello, quella coppola rossa che, colma delle idee rivoluzionarie, giungeva immediatamente nell'Inghilterra di Oliver Cromwell. Intanto nella Costa d'Amalfi qualcuno ideava i vermicelli alla Masaniello, conditi con acciughe fresche, olio d'oliva, prezzemolo, mentuccia, aglio, sale e succo di lemon Amalfitanum.

L'Inghilterra già dai tempi di Elisabetta dominava ormai i mari, soprattutto dopo aver liquidato l'Invincibile Armada nella celebre battaglia della Manica, nel corso della quale le leggere e agili unità navali inglesi sbaragliarono i grossi e lenti galeoni spagnoli. In aggiunta, Francis Drake e il pirata Morgan, sotto la falsa bandiera nera caricata delle ossa incrociate e del teschio, assestavano colpi irreparabili ai vascelli spagnoli, che, carichi di ricchezze, navigavano nel Mar dei Caraibi. Ancora, gli inglesi toglievano agli spagnoli il controllo e la gestione della tratta degli schiavi dall'Africa. Il conseguente esaurimento delle miniere americane d'oro e d'argento, grazie alle quali la nobiltà fannullona aveva vissuto di rendita, produceva un'irreversibile crisi alla Spagna.

La società inglese presentava, comunque, anch'essa i suoi problemi. Si era affermato, soprattutto da Enrico VIII in poi, il principio assolutistico, contemporaneamente determinatosi in Francia dalla dinastia dei Bourbon. In base a tale principio il diritto divino dei sovrani, in quanto Dei gratia reges, e la successione dei propri figli erano inviolabili, insieme all'infallibilità delle loro azioni. Naturalmente, per ottenere il rispetto di questi principî, il re si alleava con la nobiltà, dalla quale d'altronde era emerso, assegnandole vari privilegi. Questo stato di cose aveva determinato in Inghilterra un forte divario con la classe mediana, la quale gestiva produzione e commercio e versava contributi per l'apparato statale. Pertanto, aspirando ad occupare posti di comando, entrò in urto con la nobiltà. A quel punto entrarono in campo le idee rivoluzionarie di Masaniello, di cui si servì Oliver Cromwell per la sua rivoluzione repubblicana. Così prese il potere con l'appoggio dei borghesi, giustiziando il re e creando il Commonwealth, il benessere comune, anticipando l'idea del diritto alla felicità dei filosofi illuministi. Quindi abolì la Camera dei Lords e revocò numerosi privilegi della nobiltà. Gettò le basi della grande potenza marittima e imperialistica dell'Inghilterra. Alla sua morte, però, tornò la monarchia, perchè divenne inviso alla popolazione, per aver assunto posizioni assolutistiche. Il re Carlo II dovette accettare una monarchia costituzionale e adeguarsi alla nuova realtà inglese, che alla fine del secolo faceva un importante passo avanti sulla strada della democrazia liberale, con la formazione dei due partiti politici dei tories (conservatori) e dei whigs (liberali), praticamente le fazioni dei nobili e dei borghesi.  

In quello stesso 1648 il parlamento parigino insorgeva contro l'assolutismo della corona allora sostenuto, per la reggenza di Anna d'Austria, dal primo ministro, il cardinale Mazzarino. I parlamentari, che ritenevano di svolgere un compito di controllo nei riguardi del sovrano, si organizzarono nel movimento della Fronda (fionda). Fu allora che lo spadaccino, poeta e inventore Hector Savinien Cyrano signore di Bergerac scrisse Les Mazarinades, versi ironici e satirici contro il cardinale impostore. Il movimento chiedeva la limitazione dei poteri del re e si batteva anche contro la pressione fiscale, che, come abbiamo potuto dimostrare, era un tema diffuso nel Seicento. Seguì poi la Fronda dei principi (1650-1653), sollevata dalla nobiltà, che pretendeva maggiori poteri. Le due Fronde fallirono a causa della divisione tra nobili e parlamento. In tal modo si rafforzò il potere del sovrano, che recepì a pieno la lezione del suo primo ministro. Una volta avuto lo scettro e scomparso il suo precettore, diede luogo all'ancien régime, un rigido assolutismo che gli permise di governare per lungo tempo la Francia sotto l'appellativo di Re Sole, con il quale divenne famoso in tutto il mondo. Le continue guerre da lui scatenate in Europa per affermare l'egemonia della Francia contribuirono notevolmente all'attribuzione di Secolo di ferro al Seicento. Affidò al ministro Colbert il compito di riformare il sistema fiscale del regno, al fine di sostenere lo sforzo economico richiesto dalle continue guerre. Costui doveva ridurre il debito pubblico e aumentare il gettito fiscale, un'operazione alquanto difficile, se si tiene conto del fatto che nobiltà e clero erano totalmente esenti dal pagamento delle tasse. Così dovette giocoforza confermare il sistema dell'appalto per riscuotere dalla borghesia. Nel settore economico ideò il colbertismo, una pratica mercantilistica fondata sulla concessione di privative e di monopoli. Favorì il commercio internazionale per importare metalli preziosi in Francia, riducendo i dazi doganali. Così venivano importate materie prime e prodotti semilavorati, che, rifiniti in Francia, potevano essere riesportati. Lo scopo principale di Colbert era il raggiungimento dell'autosufficienza economica. Inoltre procedette all'instaurazione di manifatture regie.

Luigi XIV creò un equilibrio politico che gli permetteva di restare ben saldo al potere. Approfittando della crisi economica in cui versava la nobiltà, in gran parte squattrinata a causa delle esose spese affrontate per mantenere un alto livello di vita e dei disastrosi vizi, la relegò nella reggia di Versailles per tenerla sotto controllo, sostenendola con appannaggi e pensioni prelevate dal gettito fiscale, rimpinguato dalla classe borghese. A tale ceto egli riservava incarichi amministrativi e uffici vari.

L'idea dell'aristocrazia tenuta sotto controllo dal sovrano era già stata praticata al tempo dell'impero romano, quando l'imperatore Tiberio si ritirò a Capri, governando dalla Villa Jovis, un autentico palazzo imperiale, concentrando alcuni esponenti patrizi in dodici ville costruite sull'isola, come conferma Tacito. Nel XVIII secolo Carlo III, discendente di Luigi XIV e primo re Borbone di Napoli, costruiva, per un analogo motivo, la reggia di Caserta: il suo sistema di governo era il dispotismo illuminato, del quale si tratterà in seguito.